martedì 27 giugno 2017

Sittin' on top of the world - Elogio della lentezza

Prima non mi fermavo, non salivo su quella roccia, al massimo le gettavo uno sguardo. Con le pupille ben puntate sul sentiero, mi facevo bastare quello che vedevano le code degli occhi, che, a dire il vero, scodinzolavano parecchio fra il blu del mare, il verde della macchia e il grigio del granito. Le code vedono bellissime macchie di colore ma i particolari risultano sfocati. Il pennello è troppo grosso e fiori e fili d'erba si mescolano. Mi fermavo al massimo qualche secondo a riempire occhi e polmoni con un respiro profondo. Il tempo mi serviva per andare più lontano e lasciavo sfuggire i dettagli.
Ora mi nutro di dettagli. Rinuncio all'infinito e mi concentro sugli infiniti particolari del finito. Entro in sintonia non solo visiva con la natura e ci vuole ancora più tempo perché gli altri sensi non viaggiano alla velocità della luce. Ascolto il cuore battere un ritmo jazz sincopato. Col naso assorbo odore di terra secca, di questa terra che è parte di me, bagnata del mio sudore e concimata delle mie feci. Me le son tenute apposta, per non sprecarle e perché sì, mi piace molto di più così. Ma ci vuole tempo anche per  questo, calma, lentezza. E non basta ancora: la voglio sentire sulla pelle; è da lì che entrano le sensazioni più profonde, viscerali. Lascio scie di vestiti. La maglia è rimasta giù, sul primo cespuglio; qui sulla roccia lascio le scarpe e le calze e finisco di salire con indosso solo le mutande da corsa, poi mi sdraio e mi lascio abbracciare da questa roccia in cima al mondo, a questo piccolo mondo meraviglioso che mi è rimasto. Non mi preoccupa più niente perché sono seduto in cima al mondo.