martedì 18 luglio 2017

Acquisti

Dopo i vegetariani, i vegani e gli ariani (link), ecco l'ultima evoluzione del pensiero vitalista: gli acquisti, ovvero coloro che si nutrono di pura acqua distillata.
Per saperne di più, intervisto A. Q., acquista praticante.
“Al 70% l'uomo è fatto d'acqua, il resto sono impurità. Noi puntiamo al 100% di purezza.” Nota la mia espressione perplessa e chiarisce: “l'uomo è pieno di sodio, di grassi saturi ed insaturi. Sono tutte sostanze che rifiutiamo nel cibo ma che ci portiamo dentro. Pensa che dall'ultima analisi effettuata nei laboratori di A. verrebbe fuori che conteniamo anche una piccola percentuale di olio di palma!” Fa una smorfia di raccapriccio, un respiro profondo e continua: “è solo dopo la morte che si capisce quanto facciamo schifo dentro. Libero dall'anima, il corpo marcisce e puzza putrefatto. Noi, invece, dopo la morte, evaporeremo inodori, lasciando solo una nuvoletta in cielo.”
Sognatori. La vedova del primo profeta degli acquisti, P. P., una notte, si è risvegliata con il materasso completamente fradicio e il marito era scomparso, dissolto. Ci rivela: “Altro che nuvoletta, sembrava un'enorme pisciata”.

Consigli per gli acquisti: va bene mangiare acqua, ognuno ha i suoi gusti ... ma berla … per carità, che schifo! Bevete birra o vino!

domenica 16 luglio 2017

Rettangoli di vita

Pepe Mujica e il tempo:
Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà.
D'accordo! Però anche il tempo libero senza le risorse o le capacità per viverlo bene può essere privo di valore. La vita si costruisce come un integrale sul tempo di infiniti momenti presenti
La qualità di una vita vissuta si misura quindi con l'integrale nel tempo, fra nascita e morte, della qualità dei momenti presenti.
Il tempo è quindi la base sulla quale si costruisce l'altezza (o la bassezza) dei rettangoli di vita. Non basta avere il tempo, quindi come non basta avere le risorse per vivere bene. Tempo senza risorse o risorse senza tempo non valgono niente.
Per vivere bene, bisogna cercare di rendere più lunghi e alti possibile tutti i momenti presenti di cui è fatta la vita: rendere più piacevole possibile una domenica mattina, rendere più lungo possibile un momento di gioia. Rettangoli di vita.

giovedì 13 luglio 2017

Buoni e cattivi

Dobbiamo avere uno sguardo d'insieme uscendo dalla logica buonista e terzomondista per cui noi abbiamo il dovere di accogliere tutti quelli che stanno peggio di noi” Cit. Matteo Renzi
Buonisti e PaciFinti, complici dei terroristi” Cit. Matteo Salvini

Quando ero bambino, l'insulto peggiore era “sei cattivo!” Ora ti urlano “sei buono!” con un tono tale che ti offendi pure.

Sei buono!

Chi, io? Guarda che ti sbagli!
L'umanità si divide in stronzi, coglioni (quelli che vorrebbero essere
stronzi ma non ne sono capaci) e buoni consapevoli. Tu chi cazzo saresti?
Non so, buono però mi sembra esagerato;
cerco semplicemente di tener conto del bene comune ...
Miii! Sei pure terzomondista!
Mi dispiace, non credevo …
Ho sentito bene? Hai detto davvero “mi dispiace”? Ma ti rendi conto?
Buonista del kazzo
Forse sì, però sono ignorante!
Davvero? Ti avrei dato dell'intellettuale di merda,
radical chic, benpensante
No, intellettuale io? Per fare una citazione in latino devo consultare wikipedia
beh, allora ...
Ignorante totale. Tab … aspetta …. tabula rasa
Ma rasati il culo! Ha ha ha
Ha ha ha

È dura farsi accettare! Perciò lasciatemi sbandierare la mia ignoranza.
Sono ignorante per davvero. Non leggo libri interi da decenni, ogni tanto ne leggo qualche pagina a caso in bagno, sfoglio i giornali partendo dall'ultima pagina e, per giunta, ho cattiva memoria. La mia conoscenza è su wikipedia. Non mi vanto troppo della mia ignoranza ma la considero una risorsa. L'ignoranza, almeno quando è consapevole, fa saltare gli schemi mentali e consente di ragionare a mente libera, esaltando così la razionalità. Vedere un problema “da lontano” consente di vederne la struttura complessiva mentre, dall'interno, se ne vedono i dettagli senza magari coglierne l'essenza. Quanti secoli ci sono voluti all'uomo per capire che la terra è rotonda? Un alieno, anche il più cretino dei marziani, l'ha visto subito. Quando ero bambino mi vergognavo dell'ignoranza, ora la posso sbandierare orgogliosamente!

Purtroppo sei buono, ma almeno, sei ignorante!
Grazie!

martedì 11 luglio 2017

San Sperate – Elogio della sofferenza

L'eroe soffre per salvare la vita a qualcuno. Se uno soffre dandosi martellate sulle dita più che un eroe sembra un coglione. Non è eroismo, è un'altra cosa; è quello che chiamavo “autoeroismo”. Ma non è solo una gloriettina di plastica gonfiabile; ora che ne sono fuori, ho capito che c'è qualcosa di più e che la sofferenza, anche quella autoinflitta, ha un valore profondo.

Foto di Alberto Porcu Zanda
Dopo tante gare fatte, qualcuna anche da protagonista – l'anno scorso qui a San Sperate ero arrivato terzo nella mia batteria – ora guardo la gara passare davanti. Vedo tanto di quel sudore che mi viene sete e mi compro una birra che sorseggio con piacere, anche se quel sudore non è il mio e non ha lo stesso gusto delle birre post gara. Cerco di godermi il sollievo di non essere lì dall'altra parte della transenna, con il viso contorto dalla fatica e rosso dal fuoco della febbre, la bocca spalancata a cercare briciole d'ossigeno, i piedi che schiaffeggiano il terreno … sembra terribile ma poi, dopo l'arrivo, vedo tutti quei volti addolciti dalla fatica, le smorfie mutano in sorrisi e non sono solo sorrisi post-orgasmo, è qualcosa di più profondo, che permane a lungo, se non per sempre.
La sofferenza è una compagna di viaggio che ti accompagna là fuori, fuori dalla tua “zona di comfort” e quando ci ritorni, la trovi più larga, ancora più confortevole e ricca.
Se si rifugge la sofferenza, invece, la zona di comfort si restringe e si resta chiusi in spazi sempre più stretti, incapaci di affrontare qualsiasi disagio, impauriti da una goccia di pioggia che cade sulla testa o da una goccia di sudore che cola dall'ascella, inorriditi da un microbo o da un odore corporeo. L'agio è piacevole finché lo si sceglie ma può diventare un incubo se ci si è costretti. Immaginate di restare bloccati su un divano con una birra in mano per tutta la vita. Ecco cos'è quel sapore: la libertà si conquista con sofferenza e per questo la sofferenza ha gusto di libertà.

Ieri, dopo una mattinata al mare, sono tornato verso l'auto a piedi scalzi, tenendo i sandali in mano su tutta la passerella in legno scuro, reso ardente dal sole, con gli spigoli delle assi che incidevano dolorosamente la pelle e poi ancora sul ghiaino che si accaniva contro le terminazioni nervose della pianta del piede… Ahhh ...
Forse dovrei comprarmi un bel martellino da genitali.

domenica 9 luglio 2017

Sputi – Non abbiamo il dovere morale …


Avevo scritto che non mi sarei confrontato con le dichiarazioni di Renzi &C ma è lui che mi ha evocato scrivendo la parola “morale”.

Il principio etico del “vivere bene” si può enunciare così: “dato un insieme A, un'azione è buona se come conseguenza di questa azione il benessere medio degli elementi di A aumenta”. Questo principio vale a molti livelli. L'insieme A può essere il singolo individuo, la famiglia, la nazione, l'umanità … Ovviamente esiste una scala di valori: l'insieme successivo contiene tutti quelli che lo precedono rendendo, ad ogni passo, il principio sempre più generale. Salendo la scala dei livelli, si va dalla meschineria del livello individuale alla grandezza di quello umano.
Questo sistema di scatole cinesi si ripropone logicamente come sistema d'organizzazione sociale. L'individuo cerca di vivere il meglio possibile –> rispettando le regole di un'organizzazione familiare volta a rendere la vita migliore ai componenti della famiglia –> rispettando il regolamento del condominio in cui vivono che massimizza il benessere dei condomini –> nel rispetto delle leggi dello stato che dovrebbero garantire la miglior vita possibile ai cittadini della nazione –> nel rispetto delle decisioni di un'organizzazione mondiale che dovrebbe garantire che sia l'umanità nel suo complesso a stare bene. Purtroppo nel nostro pianeta, il livello più alto non esiste o, meglio, è come se non esistesse in quanto non è propriamente democratico e non ha i mezzi per far rispettare le proprie decisioni. Quindi, se è vero che chi governa una nazione dovrebbe agire per ottimizzare il livello di vita dei suoi cittadini (elettori), l'insufficienza del livello superiore di controllo pone un problema etico - sociale importantissimo.
La soluzione, ovvia, sarebbe creare un governo mondiale in grado di decidere democraticamente per il bene di tutti e in grado di far rispettare le sue decisioni. Questo, secondo me, andrebbe fatto con ogni sforzo e il prima possibile; ne va della salvezza del pianeta. Invece ci si barcamena con frasucce ambigue.
Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo.
Dipende. Se tu fossi un UOMO, il dovere morale di contribuire al benessere di altri UOMINI lo avresti. Se invece appartieni al sottogruppo degli “uomini italiani” tale dovere non sussiste più se non nei confronti di altri “uomini italiani” ma è una piccineria. Limitare così l'insieme di riferimento, distinguendo fra “noi” e “loro”, è lo stesso ragionamento che usano per giustificare le teorie razziali. Dal punto di vista dell'interesse politico e dell'organizzazione sociale, il discorso è diverso, come discusso sopra, ma come “morale” risulta di livello piuttosto basso e questa volta credo che Francesco sia d'accordo con me.
Poi ci sarebbe anche molto da dire su “aiutarli davvero a casa loro”; eh sì che ne avrei da dire! Ma ho la gola secca, la saliva mi serve e mi devo trattenere da ulteriori sputi.

mercoledì 5 luglio 2017

Doping dopong: cattiveria o idiozia?


Amatori che non sanno di dover sottostare alle stesse regole dei professionisti o che non sanno leggere le scritte sui medicinali o che non sanno cosa vuol dire “doping”. “Non lo sapevo” “eppure c'è scritto grande grande. Non sai leggere?” “È inglese e io a scuola ho studiato francese”. Doping, dopong … la grande domanda rimbalza: “cattiveria o idiozia?” Tertium non datur.

Dati 2014 del ministero della salute: 4 i positivi nell'atletica leggera (237 atleti controllati in 39 eventi)
I controlli sono pochissimi. Su un milione di praticanti di cui 200 mila tesserati FIDAL, in un anno ne sono stati controllati 237. La probabilità di farla franca è altissima e questo è evidente a chiunque pratichi l'atletica amatoriale. Io, per esempio, in 10 anni di intensa attività agonistica non sono mai stato controllato. Fra questi 237, 4, ovvero quasi il 2%, sono risultati positivi. Sono numeri troppo piccoli per poter fare stime precise, però bastano per farsi un'idea. Fra i 150 partecipanti alla marcialonga del fagiolo 3 potrebbero essere dopati. L'avreste mai detto?
Chi sono? Principalmente, informa il ministero, maschi ultraquarantenni (come me). Andando a curiosare fra gli ultimi casi, trovo altri elementi in comune, fra cui una pagina FB (come me) con molti “amici”. Uno non sapeva o se sapeva dormiva. Rivela: “cado dalle nuvole! Chiederemo le controanalisi” (quindi non ha preso niente) “ma posso già dire che sono terapie a cui mi sono sottoposto, prescritte, per problemi di allergie e per cicatrizzare una ferita alla mano” (cosa? Quello che non ha preso?) Non ha visto la scritta “doping” o se l'ha vista non l'ha capita e non su una ma su ben due scatole diverse! C'è gran confusione là fuori. Doping dopong, cattiveria o idiozia? Il beneficio del dubbio si scioglie in un bicchiere d'acqua da assumere prima dei pasti.
L'ultimo caso, pur non vivendo in Sardegna, ha ben 31 “amici” fra i miei amici FB sardi. Del resto se mi avesse chiesto l'amicizia non gliela avrei negata: non faccio l'esame delle urine prima di accettare amicizie; se mi si fosse presentato sotto falso nome in canotta e pantaloncini, probabilmente avrei accettato anche l'amicizia di Totò Riina. Lui aveva l'ego un po' giù e voleva iniettarsene una dose ma ha letto male la scritta sulla scatola e si è ritrovato con epo nel sangue, 4 anni di squalifica e l'ego ancora più giù. “Quando un leone è ferito, finitelo perché se si riprende so caxxi!! a buon intenditor poche parole!!” Scrive. Doping dopong. Cattiveria o idiozia?

Insomma, assomigliano molto ai tagliatori (link), o ai millantatori, quelli che si allenano per 21 km collinari a 3'02. Motivazioni? La salsiccia del premio (come me!) e, soprattutto, i pollici in su – l'autostop di facebook. Tutte vittime dei pollici di FB. Quanti ancora ne dovranno cadere prima che qualcuno si decida a fermare questa strage? Per tenere sotto controllo il problema del doping amatoriale, propongo di liberalizzare il pollice e distribuirlo gratuitamente.
PS. L'identikit del dopato mi somiglia molto; maschio, ultraquarantenne, pagina FB, sacchettaro. Il primo difetto è una tara congenita, il secondo mi è venuto una dozzina d'anni fa e non riesco ad uscirne. Per quanto riguarda gli ultimi due, garantisco, a mia difesa, che salsiccia e bottiglia di vino li ho sempre messi nello stomaco e mai su FB.

mercoledì 28 giugno 2017

Sputi - Il lavoro.

Non scrivo di politica, dicevo. Inutile allora che mi confronti con le dichiarazioni quotidiane dei vari Renzi, Dibba, Salvini, Gasparri … . Del resto, se davvero voglio avere un futuro come papa, quando si libererà un posto, è con Lui che mi devo confrontare, con il grande Francesco. Questo sì che è stimolante!
Ecco ciò che ha detto ieri: “stolto far lavorare così a lungo gli anziani mentre i giovani sono a casa”.
Scrive invece il velleitario: “L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Sarebbe allora il lavoro il principio? Immaginate un pianeta in cui frutti succosissimi pendono dagli alberi, alieni carini ci fanno le carezze e ci nutrono con ciotole piene di leccornie; dovremmo passare quattro ore al giorno a scavare buche e altre quattro a riempirle per essere dei buoni cittadini? Secondo me no. Il lavoro è un ottimo mezzo di organizzazione sociale, una scala per il progresso ma non può essere un principio. Il progresso stesso non è una necessità quando si è in paradiso. In paradiso non si lavora, si va direttamente in pensione.” cit. http://pisanilorenzo.blogspot.it/2014/01/rivelazioni-prima-puntata.html

Ma passiamo dall'utopia all'analisi della realtà.
Lavoro = attività di utilità sociale = (tradotto dai miei princìpi) produzione di benessere e mantenimento della vita.

Quando, come accade ora, una buona parte delle attività di utilità sociale (produttive, informative, …) è svolta da macchine, il concetto e l'organizzazione del lavoro andrebbero rivisti. È davvero necessario un “posto di lavoro” per tutti nel senso tradizionale? Non si rischia di fare attività improduttive come le buche citate qui sopra o magari, invece, di produrre molto più del necessario anche a discapito delle risorse limitate di questo pianeta? Se, per esempio, ci fossero in giro già troppe automobili, sarebbe socialmente utile fabbricarne altre e costringere con pressioni psicologiche (pubblicità) qualcuno a comprarsele? No, anzi, sarebbe dannoso. Il consumatore perfetto è eternamente insoddisfatto altrimenti smetterebbe di comprare; ciò che serve al “mercato” per produrre lavoro è gente scontenta, altro che benessere. Sarebbe socialmente molto più utile raccontare storie, far crescere bambini, organizzare attività all'aria aperta … .
E i soldi? Se proprio si vuole continuare col sistema del denaro, basterebbe monetizzare le suddette attività sociali.
Dice il papa: stolto far lavorare così a lungo gli anziani mentre i giovani sono a casa.
Dico io: stolto far lavorare così a lungo gli anziani … e basta. Non dico che passare da una “Repubblica fondata sul lavoro” a una “Repubblica fondata sul benessere” sia una transizione facile ma mi sembra maledettamente necessaria.
Questo è il mio sputo, questa volta bello grosso e succoso.

martedì 27 giugno 2017

Sittin' on top of the world - Elogio della lentezza

Prima non mi fermavo, non salivo su quella roccia, al massimo le gettavo uno sguardo. Con le pupille ben puntate sul sentiero, mi facevo bastare quello che vedevano le code degli occhi, che, a dire il vero, scodinzolavano parecchio fra il blu del mare, il verde della macchia e il grigio del granito. Le code vedono bellissime macchie di colore ma i particolari risultano sfocati. Il pennello è troppo grosso e fiori e fili d'erba si mescolano. Mi fermavo al massimo qualche secondo a riempire occhi e polmoni con un respiro profondo. Il tempo mi serviva per andare più lontano e lasciavo sfuggire i dettagli.
Ora mi nutro di dettagli. Rinuncio all'infinito e mi concentro sugli infiniti particolari del finito. Entro in sintonia non solo visiva con la natura e ci vuole ancora più tempo perché gli altri sensi non viaggiano alla velocità della luce. Ascolto il cuore battere un ritmo jazz sincopato. Col naso assorbo odore di terra secca, di questa terra che è parte di me, bagnata del mio sudore e concimata delle mie feci. Me le son tenute apposta, per non sprecarle e perché sì, mi piace molto di più così. Ma ci vuole tempo anche per  questo, calma, lentezza. E non basta ancora: la voglio sentire sulla pelle; è da lì che entrano le sensazioni più profonde, viscerali. Lascio scie di vestiti. La maglia è rimasta giù, sul primo cespuglio; qui sulla roccia lascio le scarpe e le calze e finisco di salire con indosso solo le mutande da corsa, poi mi sdraio e mi lascio abbracciare da questa roccia in cima al mondo, a questo piccolo mondo meraviglioso che mi è rimasto. Non mi preoccupa più niente perché sono seduto in cima al mondo.

domenica 25 giugno 2017

Sputi - Il caso Fazio

Mi piacerebbe scrivere di politica ma non posso. È troppo complicata, andrebbe seguita e io non ne ho il tempo e quindi non la capisco. Scrivo perciò solo di etica. Ho elaborato due princìpi semplici semplici che mi permettono di ragionare in modo quasi scientifico sulle questioni di attualità. A partire da essi, porto avanti l'analisi fino al punto a cui riesco ad arrivare; a causa della mia ignoranza, non sempre arrivo alla risposta delle questioni; il più delle volte mi devo fermare prima. Quello che mi sorprende però è che questo punto d'arrivo, raggiunto a partire da princìpi semplici e con ragionamenti quasi banali, e che quindi dovrebbe risultare ovvio, spesso invece è controverso e contrario a quello di molti dei chiacchieratori da dibattito televisivo. La ragione? Credo che loro, invece di partire dai princìpi, partano dalle conclusioni che vogliono sostenere per opportunità politica o personale e poi ci appiccichino qualcosa che somiglia ad un ragionamento o forse, più semplicemente, non sanno neanche cosa sia un “principio”.
Tutto qui.
Finché avrò voglia di scrivere, scriverò e se voi avrete voglia di leggere ciò che avrò scritto, mi farà piacere ma non mi chiedete di scrivere di politica, che non ne capisco nulla. Di etica sì. Forse più che come politico, ho un futuro come “papa”.

Lo sputo della settimana è dedicato a Fabio Fazio e al caso del rinnovo del suo contratto con la RAI.
Lui, come i calciatori o i grandi manager, in teoria entra nel gioco della concorrenza: per un'azienda, avere nel libro paga uno di questi personaggi porterebbe (in entrate pubblicitarie, diritti, gestione delle risorse ... ) un vantaggio economico che giustificherebbe la spesa; le aziende rivali potrebbero essere disposte a pagare di più e il protagonista si mette all'asta fino a raggiungere la massima offerta. Nel caso specifico, io non so quanto questo vantaggio sia reale e se la RAI possa entrare legittimamente in un gioco di concorrenza. Sono questioni politiche. Però, dal punto di vista etico, la situazione mi è chiara.
Consideriamo il principio del massimo benessere. “Un'azione è buona se, come conseguenza di essa, il benessere medio aumenta”
Il benessere è indubbiamente legato alle risorse (soldi). Se questo legame fosse lineare, la distribuzione delle risorse non sarebbe un problema, basterebbe massimizzare la ricchezza “nazionale” che in media, aumenterebbe il benessere “nazionale”. In realtà non è così. La relazione che lega il benessere alle risorse non è lineare ma logaritmica. Mi spiego. Con 100 euro al mese un uomo può sopravvivere dormendo per strada e mangiando 3 euro al giorno di pane. Con 200 euro al mese potrebbe pagarsi un letto in un dormitorio e non morire di freddo di notte. Con 400 euro al mese, potrebbe mangiare a sufficienza e non soffrire più la fame. Con 800 euro al mese si potrebbe permettere tutta la privacy e i comfort di un monolocale e pensare ad una famiglia. Con 1600 euro può avere famiglia, auto e qualche svago; con 3200 euro … . In pratica, per raggiungere un livello migliore di vita bisogna, ogni volta, raddoppiare le risorse. I cento euro in più che permetterebbero di passare dal livello 1 al livello 2 e non soffrire il freddo, non porterebbero nessun vantaggio sostanziale a chi ne avesse già, per esempio, 1600. Per non parlare di chi già guadagnasse i milioni di Fazio. Quindi, non basta che una nazione sia ricca perché il suo benessere sia elevato in quanto è altrettanto importante sapere come tali risorse siano distribuite.
Quindi:
1. La libera concorrenza del mercato è felicità per i soldi ma non necessariamente per gli uomini (e quindi, come principio, fa schifo).
2. Tutte le persone che perseguono accumuli di denaro perdono la mia simpatia, anche se hanno un larghissimo sorriso.

Ecco, questo era il mio sputo benedetto; andate in pace.

mercoledì 21 giugno 2017

Paziente

Introspezione; per l'analisi della mia interiorità, servono tecniche di visualizzazione molto avanzate. Dopo le onde acustiche dell'ecodoppler, per vedere ulteriori dettagli del cuore, mi hanno prescritto una NMR. In pratica, si viene immersi in un fortissimo campo magnetico rotante che induce la rotazione dello spin dei protoni all'interno dei tessuti sotto osservazione. Si tratta dello stesso principio per cui, quando lo stimolo irritante si ripete in risonanza con il giramento delle palle, i genitali cominciano a ruotare vorticosamente (su wikipedia fanno l'esempio dell'altalena ma è meno appropriato, in quanto trattasi di movimento rotatorio). Per accedere a questa tecnologia avanzatissima, bisogna passare dal sistema sanitario ed è qui che l'esempio riportato sopra appare ancor più calzante.
Per prenotare la visita, telefono al centro unico prenotazioni (CUP) dove, dopo 5 chiamate, riesco a parlare con una gentile signora, la quale mi informa che quell'esame specifico si prenota chiamando direttamente l'ospedale. Mi dà due numeri di telefono. Al primo, risponde la voce stridula di un FAX con cui non mi trattengo molto a lungo in conversazione. Al secondo, dopo una lunga attesa, risponde una persona umana che mi dà un terzo numero. Dopo alcune chiamate, finalmente mi rispondono. “No guardi, dovrebbe chiamare direttamente in reparto. Le do il numero”. Chiamo il reparto. “No, deve chiamare lo 070 …., è l'ufficio che gestisce le prenotazioni” “è il numero che ho appena chiamato e da cui mi hanno dato il suo numero” “riprovi”. Richiamo il numero precedente. “Sono ancora io. Dal reparto mi hanno detto che il numero per le prenotazioni è questo” “No guardi, questo è il centralino a cui la chiamata è stata ridiretta perché il numero del servizio prenotazioni non è più attivo” “ah” “eh, sa, la sanità è allo sbando” “... questo dovevo dirlo io! … mi ruba le battute?” “Provi a richiamare in reparto e gli spieghi quello che le ho detto”. Richiamo il reparto. “No, guardi, le prenotazioni si fanno al numero che le ho dato” “ne è sicura?” “Sicurissima. Forse stasera l'ufficio è chiuso, riprovi domani”. Proverò a richiamarli domattina.
La mattina dopo provo a richiamare ma non risponde nessuno.
E la mattina dopo.
E la settimana dopo.

Sono un paziente del resto e aspetto. Mi viene da cantare la bellissima “waiting room” dei Fugazi. “totatatan tatatita tum” il giro di basso entra in perfetta risonanza magnetica col giramento di coglioni. Poi parte la voce: “I'm a patient boy, I wait, I wait, I wait, I wait”

E la settimana dopo.

Dopo oltre un mese, capisco che qualcosa non va e decido di andarci di persona. Magari sono morti tutti e nessuno se ne è accorto.
Prendo un caffè e un cannolo al bar e seguendo le frecce gialle che mi guidano lungo un divertente labirinto, raggiungo il mitico ufficio CUP dell'ospedale Brotzu. Allora esiste! E non c'è puzza di cadavere; sono tutti vivi! Perché, allora, non rispondono mai al telefono? Dopo una ventina di minuti di fila, gestita alla grande da un modernissimo sistema “elimina code” arriva il mio turno, allo sportello 1.
“Mi tolga una curiosità. Se vi dovessi contattare telefonicamente, che numero dovrei fare?”
“Guardi …” Si gira con le braccia allargate come a spaziare tutto l'ampio ufficio “vede telefoni?”
Seguo con gli occhi spalancati dallo stupore il movimento delle sue braccia. Ecco perché non rispondeva nessuno! Chiarito il mistero: sulle 10 scrivanie dei 6 sportelli dell'ufficio CUP del Brotzu non c'è neanche un telefono. Siamo alla modernità 2.0. Pare che il buon vecchio Meucci abbia inventato un apparecchio che permetterebbe alle persone di non fare 30 km in auto solo per parlare con qualcuno … sono passati solo 150 anni: ci arriveremo. Certo che ci arriveremo. Basta essere pazienti.
“totatatan tatatita tum tum tum”
A proposito: l'esame è fissato per il 17 maggio 2018.
“I wait, I wait, I wait, I wait”.

lunedì 19 giugno 2017

Sputi – immigrazione e ius soli

Petto villoso e q.i. sono molto fuori moda. Pensavo di depilarmi il q.i. ma poi ho deciso di lasciar perdere e depilarmi dentro, radendo i villi intestinali e i peli dello stomaco. Col q.i. peloso ma senza peli sullo stomaco sono pronto a sputare benzina su un tema caldo.
Gli aspetti interessanti sul tema dell'immigrazione sono davvero tanti. Oggi mi limito ad esaminarne uno, quello culturale.
Il principio di conservazione vale a molti livelli diversi: da quello individuale (morire il meno possibile) a quello della specie (vietato estinguersi). Fra i livelli intermedi, il più importante è sicuramente quello della conservazione della cultura. Per intenderci, una cultura che porti i valori del benessere senza quelli della conservazione è quasi sicuramente destinata ad essere sopraffatta da culture più “barbare”. Per fare un esempio attuale, potrebbe essere pericoloso accogliere tutti se poi non si è in grado di insegnare la cultura dell'accoglienza e della tolleranza a coloro che vengono accolti. Però, rinunciare alla civiltà diventando barbari (razzisti-xenofobi-cattivi come bestie che fiutano il pericolo) per difendere la civiltà dai barbari sarebbe idiota come suicidarsi per non morire. Si deve allora proprio scegliere se diventare peggio degli estremisti islamici o lasciarsi estinguere con dignità? Secondo me, no.
Ricordiamo il principio di conservazione: “dato un insieme A, un'azione è buona quando, come conseguenza di questa azione, il numero di elementi di A aumenta”. Quando A è una cultura, per aumentarne gli elementi e conservarla ci sono due vie: la via demografica e quella dell'integrazione. In particolare, se A è la “cultura umanista occidentale”, la via demografica è intransitabile già da qualche decennio. L'unica strada rimasta è quindi quella dell'integrazione culturale, in cui si recepiscono le parti positive della cultura di chi arriva, arricchendo così quella di chi ospita (penso, per esempio, a cucina, arte, … ) restando fermi sui princìpi fondamentali dell'etica umanista velleitaria ovvero sulla cultura del “vivere bene”.
Come questo possa essere realizzato in pratica, non lo so bene. Integrare i bambini con l'istruzione scolastica e il senso di appartenenza sociale – anche attraverso la cittadinanza dello ius soli – è così ovvio che non vedo chi possa sostenere il contrario. Il problema potrebbero essere gli adulti, soprattutto quando i flussi migratori sono così importanti. Dare esempio di civiltà è sicuramente più efficace che dare esempio di inciviltà, come fanno molti buzzurri, e potrebbe servire ad isolare gli estremisti ma potrebbe non bastare quando si hanno di fronte culture aggressive e con alta capacità di penetrazione. È un tema difficile ma è su questo che dovrebbe concentrarsi l'attenzione e il dibattito. Il resto è ciancia.
Ecco. Ho sputato. A proposito, qualcuno si lamenta che gli immigrati sputano troppo … beh non più di me!

venerdì 16 giugno 2017

Ariani

Dopo i vegetariani, i vegani; dopo i vegani, gli ariani … ecco l'ultima evoluzione del pensiero vitalista: gli ariani, ovvero coloro che sostengono che ci si debba nutrire di pura aria. Per saperne di più, intervisto per voi Libero Pisello, ariano praticante. “Non pensiamo solo alle mucche e ai polli. Voi non immaginate neanche la sofferenza di un fagiolo quando viene schiacciato fra le mandibole di un vegano. Noi riusciamo a percepirla e diciamo no a tutta questa crudeltà”. Il dr. Mengele, teorico dell'arianesimo, sostiene che l'aria, oltre ad essere fonte inesauribile di ossigeno, può anche contenere componenti organiche sufficienti a sostenere il metabolismo di un uomo adulto. L'aria di una stalla, per esempio, sarebbe così ricca di metano e altri micronutrienti da sostenere tutto il gruppo del tour de France sulla salita dell'Alpe d'Huez. Anche certe ascelle sarebbero fonte di nutrimento, tanto che il nostro intervistato afferma che da più di un mese ormai, si nutre solamente della fragranza delle sue proprie ascelle. “Certo mi mancano un po' le lasagne e le fragole con la panna, ma penso al sorriso dei piccoli piselli e sono sicuro di aver imboccato la strada giusta”. Accanto alla frangia moderata dell'arianesimo, sta crescendo una fazione assolutista e intollerante che sostiene la superiorità degli ariani. Se ne vanno in giro e urlando un buffo slogan: “sieg heil, pisello libero”, rovesciano cassette di legumi ai mercati rionali. A qualcuno fanno ridere, ad altri fanno perfino paura; intanto i piselli ci guardano con un sorriso beffardo.

lunedì 12 giugno 2017

Sputi – Eutanasia

Sarebbe meglio tenersi il Q.I. ben nascosto nelle mutande, che ostentarlo è scandaloso. Sarebbe meglio tenersi l'intestino ben nascosto nel diametro definito dalla larghezza del bacino anche se le sporgenze intestinali sono considerate socialmente più accettabili di quelle del Q.I. (solo in spiaggia sono severamente vietate entrambe, insieme al gioco della palla). Io, però, non mi vergogno delle mie sporgenze, non ho paura dello scandalo.
In tram, in filobus e in littorina, è anche vietato sputare sentenze sul pavimento e si ricorda che la bestemmia è reato. Qui, invece, lo sputo è libero, tanto, prima o poi, si secca. E allora, con il ventre ben in evidenza e il Q.I. di fuori, continuo a sputare sentenze sul pavimento di questa sputacchiera.

Sono velleitariamente convinto di possedere la “verità” ovvero i princìpi universali che permettono di distinguere il giusto dallo sbagliato, il bene dal male, il bianco dal nero, il dritto dal rovescio. In sostanza i princìpi sono due: il principio di conservazione e il principio del massimo benessere: sopravvivere e vivere bene, conservazione e progresso … . Due princìpi possono essere troppi e occorre trovare il giusto equilibrio che, in estrema sintesi, si può enunciare così: “vivere il meglio possibile senza scordarsi di sopravvivere” oppure “sopravvivere è una condizione necessaria (ma non sufficiente) per vivere bene”.
Per convincere il mondo, a partire da me stesso, della validità e utilità di questo approccio teorico, sto provando ad applicare questi princìpi, nel modo più rigoroso possibile, agli eventi di attualità. Questa settimana il mio sputo si indirizzerà sul dilemma dell'eutanasia. La morte dolce deve restare una specialità svizzera come il cioccolato fondente o può essere esportata? Olio di palma o burro di cacao? Sarebbe un bene o un male? Scopritelo con me.
La conservazione della specie si affida a due concetti fondamentali: riprodursi come conigli e non morire. L'aspetto riproduttivo lo esamineremo in tutti i suoi dettagli, anche i più scabrosi, in altre puntate. È una promessa. Qui, invece, ci concentreremo sul “non morire”.
Le tradizioni portano chiari i valori della conservazione; è inevitabile, altrimenti non si sarebbero conservate fino a noi – la religione che invitava al suicidio collettivo è sparita il giorno stesso in cui il loro Dio si è manifestato esaudendo il desiderio degli adepti.
Per esempio la religione cattolica su questo è chiarissima: il suicidio è peccato mortale. Seguendo questa linea di pensiero, i conservatori britannici stanno considerando di proporre la pena di morte per i suicidi. Il fatto che la morte sia un tabù, qualcosa da temere come la morte, fa sì che si cerchi di starle lontana e che ci si conservi il più a lungo possibile. Se invece la morte fosse considerata come un'opzione, una scelta certamente definitiva ma non necessariamente brutta o dolorosa, anche dolce, magari più dolce della vita che si prospetta, potrebbe avere delle conseguenze anche importanti sul futuro dell' “homo sapiens” o anche solo della cultura che trasmetta questi valori.
Allora? Bisogna tenere conto di questi aspetti per evitare il pericolo dell'estinzione ma sicuramente, entro questi limiti, evitare sofferenze croniche e ridurre la paura della morte, significherebbe migliorare in modo sostanziale la qualità media della vita. Un controllo su base statistica potrebbe essere sufficiente a controllare pericolosi abusi e “vivere il meglio possibile senza scordarsi di sopravvivere”.
Vivere senza paura della morte, morire senza soffrire, vorrebbe dire vivere meglio. La morte, forse, diventerebbe un'opzione ma non la sceglierebbe quasi nessuno.
Ecco, ho sputato.

venerdì 9 giugno 2017

Questioni di cuore

Lei abbassa la serranda e mi si appoggia addosso con delicatezza. Io resto immobile, come paralizzato, per paura di disturbarla e rompere quel dolcissimo incantesimo; faccio finta di dormire e restiamo così, io sdraiato sul fianco e lei sopra di me per un tempo che sembra non finire mai. Non ci sono parole, non servono. Il silenzio è rotto solo ogni tanto dal suono del mio cuore che palpita ad alta voce. Dopo quasi 20 minuti di incanto, giro la testa a guardarla. I suoi begli occhi neri sono ben aperti e rivolti altrove, verso il mio cuore o meglio verso l'immagine di esso che lei si è fatta.
Finalmente mi parla. La sua giovane voce mi risveglia dal sogno in cui mi ero rifugiato.
“Le confermo la diagnosi del dr. Pisano, l'insufficienza è moderata.”
Alza la serranda e, dalla finestra del quarto piano dell'ospedale Marino, penetra la vista delle saline. Parliamo. Le mie questioni di cuore le sembrano un po' caotiche, non ne capisce il nesso. “Perché ha rifatto l'ecocardio invece di …” Le spiego il cammino intricato, l'ultratrail del destino, che mi ha portato da lei. Parliamo e parliamo.
“C'è chi, nella sua situazione, vive tranquillamente e chi invece prova affanno a fare le scale …” mi scappa un sorriso. Penso a quando, alla BVG, dopo l'equivalente di 20000 scalini mi sentivo effettivamente un po' stanco, ma erano in 200 più stanchi di me e solo 28 davanti. No, non provo affanno, non almeno quello che obbliga a fermarsi e che le scale non siano quelle di un grattacielo di mille piani. Penso questo, ma non dico niente. Resto lì col mio sorriso silenzioso.
Mi consiglia di trovare un cardiologo a cui affidarmi … o, perché no, una cardiologa. Non c'è niente di meglio per le questioni di cuore.

martedì 6 giugno 2017

Sputi – La possibile scarcerazione di Riina.

La pancia cresce e, con essa, cresce il peso della mia autorevolezza. Dall'alto dei miei 67kg non somiglio ancora ad un Buddha ma posso cominciare a sputare sentenze dalla poltrona, raccoglierle in questa sputacchiera e provare a vedere se qualcuno mi ascolta.
Sono velleitariamente convinto di possedere la “verità” ovvero i princìpi universali che permettono di distinguere il giusto dallo sbagliato, il bene dal male, il bianco dal nero, il dritto dal rovescio. Ne ho scritto su questo blog nei post con il tag “rivelazioni”. In sostanza i princìpi sono due: il principio di conservazione e il principio del massimo benessere: sopravvivere e vivere bene, conservazione e progresso … . Due princìpi possono essere troppi e occorre trovare il giusto equilibrio che, in estrema sintesi, si può enunciare così: “vivere il meglio possibile senza scordarsi di sopravvivere” oppure “sopravvivere è una condizione necessaria per vivere bene”.
Per convincere il mondo, a partire da me stesso, della validità e utilità di questo approccio teorico, voglio provare ad applicare questi princìpi, nel modo più rigoroso possibile, agli eventi di attualità. Questa settimana il mio sputo si indirizzerà sull'ipotesi di scarcerazione di Totò Riina. Sarebbe un bene o un male? Scopritelo con me.


Il principio del benessere dice che “un'azione è buona quando, come conseguenza di essa, il benessere medio aumenta”. Rilasciare Riina, assicurandogli “il diritto a morire dignitosamente”, sicuramente aumenta il benessere del mafioso e questo è positivo. Molti si oppongono alla liberazione con la motivazione che “le persone che ha ucciso non hanno avuto una morte dignitosa”; li posso capire, soprattutto se sono parenti delle vittime ma, razionalmente, è una motivazione che non approvo. La vendetta, col fine unico di fare soffrire, non è buona perché non fa altro che peggiorare il benessere medio e va quindi chiaramente contro il principio. Le funzioni della pena detentiva sono però altre:
1) proteggere la società, impedendo all'individuo di commettere altri reati;
2) disincentivare il compimento del reato con la prospettiva della pena.
Insieme al benessere del povero vecchietto, bisogna considerare anche queste funzioni e le conseguenze che la sua liberazione avrebbe sul benessere del resto della società.
1) Siamo sicuri che il vecchietto, dal letto di morte, non dia, con un gesto della dentiera, l'ordine di commettere qualche altro crimine?
2) Siamo sicuri che, mostrando un gesto umanitario nei confronti del peggior criminale, non si contribuisca ad incentivare il crimine?
Su un piatto della bilancia abbiamo il benessere del vecchietto; sull'altro piatto abbiamo queste questioni piuttosto pesanti. Io, in mancanza di risposte precise in merito, non correrei il rischio. E voi? Ecco, ho sputato.

sabato 3 giugno 2017

Parametri vitali

I parametri vitali stanno cambiando.
A noi bastavano 40 battiti al minuto. Ora, per sopravvivere, ci vogliono 1.2MB al secondo.
Non è un problema circolatorio ma cerebrale. Il cervello delle nuove generazioni è in buona parte estruso – i ricordi sono su fb, le informazioni generali su wikipedia, quelle personali sul cellulare … – e 1.2MB è il minimo necessario per collegare tali gangli e svolgere attività vitali tipo trovare l'indirizzo di casa per tornarvi a mangiare.
"0.8MB? Presto, dottore! Lo stiamo perdendo!"

venerdì 2 giugno 2017

Cronache dalla poltrona – I segreti del Passatore.

Su un aspetto della gara, tolgo subito la suspense ma circolavano spoiler e quindi forse lo sapevate già: ha vinto il gigante Giorgio Calcaterra!
Rimangono tanti misteri di questa corsa che mi ha sempre affascinato e respinto. Le 9 ore delle mie velleità misteriosamente respinte con la velocità che si trasforma in lentezza. Il mistero di Brisighella: quest'anno, solo 10 fra i 2200 transitati a Brisighella non hanno raggiunto il traguardo. Chi arriva lì, moltissimi presumibilmente in condizioni pietose, non si ritira. È capitato anche a me 3 anni fa, ma io avevo perso il pullman dei ritiri. Forse il segreto è in quel pullman fantasma pieno di morti viventi che sfreccia nella notte senza ascoltare le urla disperate dei naufraghi che stanno affogando nell'asfalto. Il mistero dei chilometri che si allungano a dismisura approfittando del buio della notte. Il mistero di trovarsi lì su quella strada interminabile senza ricordarsi più perché. E, infine, il mistero più grande di tutti, di quelli che salgono in auto stremati ma trovano poi la forza di alzare le braccia al traguardo. Gara lentissima, non si capisce niente … ma non vedi l'ora che arrivi il prossimo episodio! Un po' come la nuova serie di Twin Peaks.
Comodamente seduto in poltrona, spio morbosamente i tempi degli atleti per individuare eventuali tagliatori. I nomi delle frazioni – Colla di Casaglia, Marradi, San Cassiano, … – evocano ancora in me sensazioni concrete: il sapore di crescenza, il caldo opprimente salendo a Fiesole, il fresco dell'aria sul petto nudo alla colla, e poi il freddo della notte, tremori, calore umano, massaggi dolorosi, dolori tout court, assuefazione al dolore, lunghe attese per il ritiro dello zainetto alla colla, lunghe attese per il ritiro del ritiro … è col metro di queste sensazioni che misuro il valore dei risultati e l'indegnità dell'inganno.
L'anno scorso, controllando i tempi dei primi 5 di categoria, avevo scovato ben 4 tagliatori di cui 3 recidivi (link). Riguardando oggi le classifiche del 2016, ho scoperto che 2 di essi sono stati squalificati; a uno è stato corretto il tempo di un passaggio per cui ora risulta plausibile (se sia plausibile la correzione non lo so); l'ultimo è rimasto in classifica con il suo bel 3'29 di media fra Marradi e San Cassiano che a 70 anni suonati non è male ma ha un forte gusto di crescenza ingiallita.
Passo alle classifiche di quest'anno, andando a controllare i passaggi dei primi 7 di categoria. Pare che il fenomeno dei tagliatori si sia estremamente ridimensionato. Merito forse degli organizzatori che hanno ascoltato il grido di indignazione e hanno preso contromisure adeguate; hanno fatto tutti tempi assolutamente plausibili, a parte uno che, seduto in auto, non si è avveduto della svolta per San Cassiano ed ha quindi saltato il controllo e presumibilmente sarà squalificato per questo … solo lui? Guardiamo meglio … oh beh, non è il solo. Dei 2247 passati a San Cassiano, 58 si sono ritirati e 2189 sono arrivati al traguardo. A Faenza però sono arrivati in 2196: sono in 7 che hanno mancato quella svolta. La svolta fantasma, un altro mistero.
Infine vado a controllare i 4 tagliatori dell'anno scorso. Solo l'ultimo è tornato e quest'anno, dopo 2 edizioni in cui aveva approfittato dell'auto, si è corso tutti i 100 km! Ha impiegato 4 ore di più, è arrivato 15 esimo anziché primo di categoria, ha percorso il tratto Marradi-San Cassiano a 13' al km anziché a 3'29, ma vuoi mettere la soddisfazione? Bravo! Gusto di fatica, profumo di sudore pulito, sogno della notte che lentissimamente svanisce e poi il finale: la piazza di Faenza che prova, forse invano, a dare un senso a tutto ciò. Aspetta però, abbassa il calice: ha fatto il ritmo più veloce proprio nel tratto più duro, la salita alla Colla, dove si è migliorato moltissimo rispetto alle passate edizioni … un altro mistero. Attendiamo con ansia la prossima puntata e forse capiremo.

lunedì 29 maggio 2017

Maratonina dei fenici - La cronaca

Foto di Rita. Io Francesca2, Francesca1 e Alessandro
Partiamo dal fondo del gruppo e camminiamo per una quarantina di secondi fino alla linea di partenza. Ora si può e si deve correre fino al traguardo. Andiamo al nostro ritmo: 6' al km. Sembra buono, molti vanno più piano. Alcuni addirittura camminano. Noi no! Correremo fino al traguardo! Stiamo tutti insieme per qualche centinaio di metri poi Alessandro progressivamente accelera e si allontana sempre di più finché lo perdo di vista. Ma il ritmo giusto è il nostro. Anzi forse è anche un po' veloce e siamo un po' affannati. I cartelli con i chilometri scorrono lenti, pollice, indice … ora
Foto di Tore Orrù, sempre presente!
vado a raggiungere Alessandro. Accelero ma un bimbo minuscolo che correva col padre la prende come sfida e mi raggiunge. Ci guardiamo; io sorrido ma lui resta serissimo. Non si scherza! Se è cosi', allora ti batto! Accelero ancora ma lui mi segue. Ho paura che muoia o che mi faccia morire. Le sfide all'ultimo sangue non mi piacciono e rallento. Arriva il padre e approfittando di un attimo di distrazione riparto. Non mi segue più … ho battuto il seienne! Obiettivo Alessandro. È un po' che non lo vedo e, nonostante il ritmo veloce, continuo a non vederlo. Intanto mi diverto. Sono tornato me stesso per qualche minuto e sembro una freccia nella coda della non-competitiva dove, bimbi a parte, corrono tutti al rallentatore. Dopo un chilometro corso in 4', non lo vedo ancora! Mi sembra strano che stia andando così veloce ma non può essere sparito e insisto. Ecco, finalmente a Nora lo vedo ma per raggiungerlo devo faticare ancora. Lo raggiungo e ora sono Alessandro, con i suoi 9 anni e l'irrefrenabile piacere della corsa. Abbiamo già staccato Rita, la mamma e Francesca2, la sorella maggiore e stiamo superando moltissimi adulti. Siamo affannati ma ci stiamo divertendo come matti. Gli offro da bere dalla mia bottiglietta e lo lascio andare, raccomandandogli solo di fermarsi alla fine del primo giro e di non seguire quelli che proseguono per la 21. Lui non ha bisogno di incoraggiamenti, ha tutta l'incoscienza dell'infanzia, semmai gli servirebbe un freno a mano. Torno indietro a recuperare le altre, a cui invece serve un'iniezione di coraggio. Siamo a metà, è ancora lunga ma stiamo ancora correndo e non ci fermeremo! La salita è inesorabile intorno al 2%. A dirlo sembrerebbe poco ma, dopo 4 km di corsa ininterrotta, si fa sentire e, per non scoppiare, siamo costretti a rallentare e il tempo al km per la prima volta sale sopra i 7'. Per fortuna gli alberi lungo il viale offrono refrigerio, con la loro gradevole ombra. Stiamo rientrando nel centro storico. Con Francesca1 abbiamo staccato leggermente Francesca2 e Claudia che sono un po' in crisi. Controllo che non si siano fermate ma hanno solo rallentato leggermente. Anche noi siamo al limite ma ormai manca poco; si vede il traguardo 200 metri più avanti e la strada è in lieve discesa ma mancano le forze per fare lo sprint. Due signore sovrappeso sentono l'odore del traguardo e ci staccano ma non ce ne curiamo. L'importante è arrivare, senza fermarsi. Aspetto le ragazze, poco dietro di noi, e le incoraggio all'ultima fatica. Sprintano bene e mi staccano. Arrivo anche io; l'orologio segna 45' e qualche secondo. Ce l'abbiamo fatta: 7 km senza fermarci! E la birra è anche per me! Me la merito tutta!
Passano minuti e mi restringo. Ora sono qua, piccolo piccolo, al traguardo a guardare i grandi che arrivano. Mi sento come se avessi una grossa pietra sullo stomaco e mi passa la voglia di una seconda birra. Ci vuole un cannonau.

sabato 27 maggio 2017

Maratonina dei Fenici – Ritorno alle non-competizioni

Le unghie dei piedi stanno tornando color lombrico pallido. Gli spigoli del viso si stanno arrotondando e il ventre si riaffaccia timidamente e con un pizzico di vertigine a guardare le punte dei piedi. Ogni tanto, strani odori mi ricordano che la doccia si deve pur fare anche dopo i non-allenamenti. Sono effetti collaterali dei duri giorni di non-allenamento per preparare la non-competitiva di Pula.
Stasera, mentre molti amici staranno affrontando la salita della Colla alla 100 km del Passatore, io infatti starò non-correndo sulle non-salite dei 6.5 km del circuito di Pula, accompagnando atleti esordienti. L'adrenalina scorrerà a fiumi ma non sarà la mia. Lascerò che casalinghe, pensionati e bambini mi superino allo sprint. All'arrivo della mezza, raccoglierò da terra le briciole di endorfine sprizzate fuori dagli occhi dei “finisher”.
Tutto questo sarebbe accettabile, quasi divertente o quanto meno non-noioso. Quando però ho scoperto che la birra finale è riservata ai partecipanti della competitiva mi è venuta la depressione!

venerdì 26 maggio 2017

Cronache dalla poltrona - il giro d'Italia

Tattiche. Il ciclismo sta cambiando. Lo so per esperienza. Quando ero giovane, fra il 2010 e il 2012, ho partecipato ad una quindicina di gare amatoriali di ciclismo su strada, senza grandi successi ma arrivando, il più delle volte, dignitosamente, nella prima metà del gruppo. Affrontavo le salite col mio passo, senza badare alle accelerazioni. Dopo i primi 200 metri di salita, mi ritrovavo quasi sempre staccato, in penultima posizione, in compagnia di “supergentlemen” pensionati. Poi, dopo altri cento metri, gli avversari cominciavano a diventare blu e come Pac-man il supereroe, li divoravo, arrivando in cima alla salita in buona posizione. Ora, sempre più professionisti, vedi Froome o, a questo giro (tappa 9 e 18), Dumoulin, stanno copiando la mia tattica: salgono su regolari, senza seguire gli scatti per poi raggiungere i primi e, a volte, staccarli. Quando Pantani staccava un avversario, l'avversario era morto e Pantani vinceva. Ora i morti ritornano; è un po' horror ma efficace. Se, oltre alla tattica avessi avuto anche le gambe …

Obiettivi. I veri campioni dovrebbero avere un unico obiettivo: la vittoria. Nel ciclismo moderno si vedono, purtroppo, scene pietose (tappa 17) di ciclisti che fanno lavorare la squadra per difendere la nona posizione in classifica rinunciando, esplicitamente, a puntare più in alto. Mi è piaciuto molto di più, invece, l'atteggiamento di Quintana e Nibali (tappa 18), che hanno rischiato di perdere il podio per cercare di vincere il giro. Tutto per tutto. Così si fa.

Fairplay. Si è molto discusso se Nibali, Quintana e tutti gli altri dovessero o no aspettare la maglia rosa Dumoulin quando (tappa 16) si è fermato a cagare in un cespuglio nel momento cruciale della gara. Le domande che mi sono posto io sono altre. Si doveva proprio fermare, rischiando così di perdere il giro? Era meglio dimostrare di essere un vero duro e farsela nel pantaloncino o, invece, ha sbagliato a ripartire senza farsi prima un bel bidet? È più dignitoso arrivare puliti o dimostrare di non aver paura di sporcarsi? Io cosa avrei fatto? E voi?

venerdì 19 maggio 2017

Nel frattempo

Sono finito in un frattempo.
Il frattempo è uno spazio libero nella quarta dimensione, nel quale si può vagare senza inciampi o spintoni. È un entità labile che deve restare libera: appena si decide di occuparlo con un progetto, il frattempo sparisce e riprende il solito scorrere del tempo.
È qui, nel frattempo, che, secondo Giuseppe, succedono le cose migliori. Meglio anche dell' “intanto”, che è troppo breve e quasi sempre è altrove.
Nel frattempo c'è una sala con delle panche per stare seduti in attesa ma ci si può anche alzare, uscire fuori da quelle quattro pareti sporche del fumo delle mille sigarette fumate lì, nel frattempo, e guardarsi intorno senza nessuna fretta; si possono osservare con tranquillità i particolari, delle cose, delle persone e riconoscere, fra mille volti, un compagno di frattempo con cui scambiare un sorriso complice mentre fuori il mondo corre via veloce. Si possono fare cose apparentemente senza senso, che assumono un significato, lontano dalla logica comune, solo lì, nel frattempo.
Nel mio frattempo ho ritrovato il piacere di salire e scendere le scale di corsa a due a due senza dolori alle gambe (i colleghi forse pensano che sono impazzito); di accompagnare amiche a fare una corsetta, sentirle ansimare e godere della loro fatica; di imbracciare una chitarra, tentare una melodia e vedere cosa ne esce fuori … e sono solo all'inizio.
L'ecocardio di controllo sarà il 9 giugno. Difficilmente ne verrà fuori qualcosa di nuovo ma, nel frattempo, …

mercoledì 17 maggio 2017

Le cose perse

Senza idoneità all'agonismo, mi si è chiuso un mondo. Ecco le cose che ho perso e che non ritroverò all'ufficio oggetti smarriti.
Quest'anno, il grande Marco Pajusco ha stravinto il Sardinia trail davanti al … vuoto.
In quel vuoto ci sarei stato io, che, a giudicare dai tempi, sarei arrivato secondo anche correndo, come due anni fa (link), con una gamba sola. Però mi fa schifo. Si suda, si soffre, fa caldo freddo caldo, in cima a Punta Lamarmora c'è arietta e ci sono già stato due volte e poi l'uva è acerba.
Al trail running Sarcidano di Isili, ho participato a 3 delle ultime 4 edizioni vincendo sempre la maglia di campione sardo di categoria di trail o di trial (link) running. Quest'anno, in mancanza del campione in carica, Flavio ha avuto vita facile. Ma non ho perso niente. Ho già il cassetto e la testa pieni di maglie di campione. Ne avessi vinta un'altra avrei dovuto comprare un cassetto di un armadio di una camera nuova e una nuova scheda di memoria per il cervello. Mi è convenuto restare a casa.
A guardare la mia agenda, mi sarei anche perso il triathlon olimpico di Castiadas con lo spirito ajoman e, la settimana prima, il sea trail di porto corallo … bah … non sapete cosa avete perso voi!

Domenica mi sveglio alle 5. Vorrei alzarmi ma, con grande forza di volontà, resto fedele al programma: finalmente posso restare a letto fino alle 10 e lo farò! La noia tenta di girarmi a testa in su per vedere la luce ma la pigrizia mi rigira immediatamente pancia a terra. Riesco a tenere la posizione per una ventina di minuti finché il braccio sotto la testa comincia a dolermi troppo e allora la noia ha buon gioco a rigirarmi in su. Ma è solo l'inizio. Continuo in questo corpo a corpo per un tempo che sembra interminabile. Sono ormai al sesto round e sono quasi sfinito ma devo resistere: ho promesso che mi sarei goduto il riposo e sarò di parola! Niente da fare; i colpi della pigrizia sono pesanti ma quelli della noia sono letali. KO al settimo round. Alle 7 sono già in piedi. La prossima volta farò meglio.
Oh, però, questo sì che è stato divertente.

sabato 13 maggio 2017

Segreti ...

Molti sanno che il vino rosso fa bene alla salute.
Pochi sanno che solo UN bicchiere di vino rosso fa bene alla salute.
Quello che so solo io è che il bicchiere che fa bene non è il primo ma il terzo. Bisogna arrivarci.
Prosit!

mercoledì 10 maggio 2017

Un pen sieropositivo

Il respiro è regolare e il cuore, di tanto in tanto, batte un colpo. E tanto basta? E tanto basta.
Ecco il mio pen sieropositivo.
Anche domani il sole sorgerà, con il suo odore di croissant e bomboloni alla crema. Chi siamo noi per fermarlo?
Ecco il mio pen sieropositivo.
Il futuro è rosa ma ha le bolle.

martedì 9 maggio 2017

Il viaggio della speranza.

Ieri sono andato in pellegrinaggio a Sanluri, protettore dei cuori svalvolati.
Flavio, avversario di tante battaglie e sprint all'ultimo respiro, tante volte vicino di podio, a volte a destra, altre a sinistra, ha dimostrato che il nostro agonismo è una forma speciale di amicizia. Mi ha preso appuntamento con un medico sportivo di grande professionalità, mi ci ha accompagnato e, grazie alla sua amicizia, non ho neanche dovuto pagare.
Più che una guarigione miracolosa o un certificato per grazia ricevuta, da lui avrei voluto una risposta alle tante domande che sono rimaste sospese:
Posso continuare a fare attività fisica? A che livello? Con quali rischi?
L'operazione può essere risolutiva? Che rischi comporterebbe?
Potrò tornare a gareggiare?
L'unica sicurezza ora è che se anche tornassi a gareggiare, non potrò più permettermi di asfaltare Flavio o, almeno, lo dovrò fare con ogni riguardo e gentilezza: “Permesso, caro, posso passare? Ti lascio un posticino sul podio!” “Oh, scusa, ti ho coperto di polvere, aspetta che te la tolgo” …
Però almeno ora so che queste domande possono avere una risposta. Dovrò fare altri esami, spero
di superarli con lode. La speranza resta viva: questa era solo la prima tappa. Il viaggio continua.

domenica 7 maggio 2017

Maratona in due ore

Lo sport è bello e avvincente quando c'è competizione, che sia contro gli altri atleti, contro il tempo, le condizioni esterne o contro il proprio corpo.
Gli atleti avversari non c'erano perché il suo era un tentativo di record e non una gara.
Il tempo era alla sua mercé, legato sul tetto di un'auto, costretto ad andare al ritmo di un minuto al minuto. Non c'è stata lotta.
Il mondo esterno non era lì, era chiuso fuori; lì a Monza non c'era una molecola d'aria fuori posto o una rugosità del terreno, neanche un piccione. Nessuna lotta.
Il corpo è quella cosa che si rifiuta di fare la cacca al mattino prima di partire per poi pretendere di farla in piena gara; che spinge perentoriamente a mangiare dei gamberoni la sera prima; che protesta per le scarpe troppo strette o che, semplicemente, si stufa di correre. Lui non aveva niente di simile. Non aveva un corpo, aveva una macchina con un team di meccanici. Nessuna lotta.

Kipchoge non aveva avversari e senza avversari non si può vincere, non c'è lotta, non c'è sport.

Lo sport è un'altra cosa. Per battere il tempo, si rullino i tamburi!

giovedì 4 maggio 2017

Riposa in pace

Ora, finalmente, potrò riposare. La domenica mattina potrò restare a letto rigirandomi in lunghissimi corpo a corpo fra pigrizia e noia.
Forse avrei preferito che mi stracciasse i certificati per poi buttarli nel fuoco; li ha seppelliti invece in un cassetto da morto con la croce sopra. Qui giace l'agonismo di Lorenzo Pisani. Avrei voluto dire due parole di commiato ricordando come le gare abbiano aggiunto quel pizzico di gusto in più alle mie passioni per la natura e per l'attività fisica all'aria aperta. Quand'ero ragazzo sognavo di gareggiare per confrontarmi con gli altri, a quarant'anni ho cominciato, a cinquantadue ho smesso e ora ricomincerò a sognare e a portare fiori su quel cassetto. Mi sarebbe piaciuto molto avere l'idoneità per una gara d'addio per festeggiare con gli amici il pensionamento e vivere consapevolmente l'ultima gara; ho provato a chiederlo ma mi è stato negato anche quest'ultimo desiderio.

Ora farò delle verifiche poi vedrò che fare. Forse le endorfine le troverò al mercato, se no proverò a stupefarmi in altro modo. Come dice il velleitario, il segreto nella vita è vivere il meglio possibile senza scordarsi però di sopravvivere.
Addio ad una parte di me.
R.I.P.


martedì 2 maggio 2017

Pelo meridiano

La nuova frontiera della “natural running” è il “barewrist running” cioè la corsa a polso nudo. Arrivateci progressivamente, senza traumi, con questo nuovissimo prodotto. In anteprima super-esclusiva, vi presentiamo il nuovo modello di sportwatch minimalista della tomtom: il pelo meridiano.
L'ombra del pelo, tramite il sistema innovativo “meridiana da polso” indica l'ora con un errore di un milliradiante per ogni micron di spessore del pelo. Ricordatevi di portare bussola o sestante per orientare il polso verso sud durante la misurazione.
L'inclinazione del pelo dà informazioni precise sulla velocità istantanea espressa in scala di Beaufort: da bava di vento (pelo verticale con saliva che cola), brezza tesa (pelo inclinato, teso e in continuo movimento) fino a uragano (pelo estirpato alla radice). La conversione in secondi al chilometro è disponibile on line al sito www.pelomeridiano.com.
Il sistema di ricarica è facile e veloce: basta un semplice sputo seguito da una rotazione delle dita in senso antiorario se vi trovate nell'emisfero boreale o orario se siete invece in quello australe. Ripetere se necessario.
Quando siete stanchi di correre, poi, fermatevi.

domenica 30 aprile 2017

Chia Laguna Half Marathon

L'ho preparata proprio bene, almeno per quanto bene si possa preparare una mezza maratona in 24ore. Ieri infatti ho fatto 5 giri del campo sportivo ad un ritmo fra 4' e 4'10 al km, ritmo gara auspicato che non raggiungevo da almeno un mese, con 1 minuto di recupero fra i giri. Scopo del minuto di recupero era cambiare le scarpe, perché oltre che un tentativo di preparare una mezza in 24 ore, erano le scarparie: primo turno a tre e ballottaggio finale. Hanno vinto le vecchie nike; non ho dato peso agli squarci nella tomaia anche se mi hanno costretto a scegliere calze in tinta; non ho dato peso neanche alla sensazione di sfregamento sull'esterno degli alluci: so che verranno vesciche ma, ormai, ho fatto l'abitudine e quasi quasi amicizia con le vesciche dei piedi; mi danno sempre un po' fastidio ma mi fanno anche compagnia mentre corro, ci parlo, le porto in giro a vedere posti … “domani vi porto al mare”.
Foto Fabrizia Carboni
  
E' la quinta volta che partecipo a questa gara. Nelle altre edizioni sono andato sempre piuttosto bene. Sono arrivato 3 volte fra i primi venti, 2 volte primo di categoria … L'obiettivo quest'anno però è diverso. Considerando l'esito dell'ultima visita medico-sportiva (link), ho 6 mesi per convertirmi dall'atletica alle bocce, specialità “petanque”. Devo abbandonare la velleità di andare più veloce o più lontano possibile. Devo imparare a controllarmi per arrivare il più vicino possibile al boccino e non importa se ci arrivo davanti, di lato o perfino dietro, con un “accosto” classico.
Come prima cosa però devo capire, fra tutte queste 900 bocce, qual'è il boccino. Ecco un boccino bello liscio pelato e rotondo di mia conoscienza, Teo. No, oggi è troppo lento. Il boccino dev'essere quell'altro che “rotola” lì davanti. Da dietro sembrano tutti boccini, Francesco, Giuseppe ma, appena li affianco, dichiarano che non sono loro, non oggi almeno; Samuel, un altro boccino preferito è perfino dietro. Flavio invece è troppo veloce … forse la petanque non fa per me.
Un atleta che non conosco mi fa i complimenti per il blog. Ogni tanto mi succede ed è sempre un piacere e una sorpresa. Non mi aiuta ad andare più veloce ma migliora l'umore. Anche la serie continua di incitamenti nel tratto di strada che ritorna verso Chia, incrociando gli atleti che ancora corrono verso il giro di boa, ridà forza alle mie gambe indurite dalla fatica. Dimentico la petanque e provo a dare tutto quello che resta in queste gambe. Finisco in 1h28'13, 45esimo su 900 e terzo di categoria su oltre 100. Il quarto si è accostato molto, restando però 4 secondi dietro. Ottimo tiro di accosto! Allora ero io il boccino! Lui si merita il premio alla petanque; io, per ora, mi accontento della corsa e del podio di categoria.

Non sto più curando la mia vecchia “guida buffet”. Una nota a riguardo però la vorrei scrivere. Dopo 5 mezze maratone e due mezzi ironman, devo dire che la specialità del mezzo buffet del Chia Laguna, nonché unico piatto offerto nei 7 mezzi buffet a cui ho partecipato, ovvero la pasta fredda con barattolo di giardiniera rovesciato sopra, sta raggiungendo livelli di eccellenza. Questa volta la pasta non era cruda e il tutto era arricchito, con munifica generosità, da scatolette di tonno rovesciate sopra!

giovedì 27 aprile 2017

6 mesi con la condizionale

Fra tutti gli impegni sportivi dell'anno ce n'è uno che temo più di tutti. I giorni prima cerco di non affaticarmi troppo per presentarmi al meglio all'appuntamento che può condizionare tutto il prosieguo della stagione. Di anno in anno, l'ansia aumenta perché sta diventando sempre più dura.
Di anno in anno, l'espressione del medico è sempre più perplessa. “Mi faccia vedere”. Sfoglia un manuale. “Secondo la tabella, lei potrebbe fare bocce, golf, pesca sportiva, tiro a segno … anche equitazione ma con cautela.”
Intanto l'idoneità me l'ha data - 6 mesi con la condizionale -  ma dovrò fare nuovi esami per capire se l'attività che svolgo possa causare una degenerazione ulteriore della valvola mitralica. Lui intanto sabato porterà il mio fascicolo ad un congresso per chiedere consiglio ai luminari nel campo della cardiologia sportiva.
Io un consiglio lo chiedo a voi. Qual'è lo sport più eccitante fra quelli in tabella?

lunedì 24 aprile 2017

Chia Laguna Half Triathlon - Nonostante ...


Mentre mi reco in auto a Chia per la gara, metto il riscaldamento a palla per fare il pieno di calore e la musica a volume alto per coprire pensieri rumorosi. Sono i soliti pensieri. Chi me lo fa fare di uscire dal calduccio di questa auto per buttarmi nel mare gelido con la tosse e il raffreddore? Che obiettivi posso mettermi nelle condizioni in cui sono? Che gusto c'è a fare una gara così solo per finirla, ammesso che ci riesca, quando ho già finito gare ben più difficili? Come farò a divertirmi senza essere competitivo? Cosa farebbe un verme al mio posto? Non trovo risposte ma non faccio inversione a U per tornare a casa e sdraiarmi sul letto. Le risposte verranno, spero, vivendo l'esperienza e, nonostante la malattia che mi ha impedito di allenarmi nelle ultime due settimane, lasciandomi, fino a ieri, in condizioni pietose dopo ogni minimo tentativo di allenamento e che ancora mi possiede, nonostante … , alzo ancora il volume della musica e tiro dritto verso la partenza.

Mi sento debole e indolenzito. L'obiettivo sarà cercare di sopravvivere guardandomi intorno per cercare di capire perché lo sto facendo. Nel nuoto questo mi induce a partire con un'andatura tranquilla, cercando la bracciata lenta ma efficace. Al secondo giro però sento il freddo che mi entra dentro. Per sopravvivere devo anche evitare di morire assiderato. Accelero o, almeno, sbatto i piedi più forte e scuoto le braccia con maggior vigore per non congelare. Mi basterebbe alzare un braccio per farmi ripescare e riportare a riva ma non manca molto ed esco in 41 minuti. Dietro sono in pochi ma, nonostante tutto, sono vivo e questo, oggi, è ciò che conta. Uscito dall'acqua fatico a corricchiare per raggiungere la zona cambio. Arrivato alla mia postazione tolgo la muta con difficoltà e comincio a tremare. Tutte le operazioni diventano complicate con il parkinson. Non avendo maglie di lana, mi infilo il gilet antivento e, dopo un tempo indefinito, inforco la bici e parto.

Grazie Andrea per le foto!

Dopo le prime due salite, la temperatura corporea è tornata a livelli da “uomo vivo”; lo svantaggio è che, uscendo dall'ibernazione, mi è tornata la sensibilità e con essa la consapevolezza del mio stato. Come prevedevo, la debolezza si fa già sentire. Sopravvivere vuol dire non spingere troppo sui pedali per non far diventare la fatica “esaurimento”; non combattere contro il gps e accettare con serenità il suo verdetto o almeno provarci. Solo nel tratto più tecnico e bello della fantastica provinciale costiera mi diverto; sulle salite il mal di gambe mi sembra abbia uno scopo: arrivare alla prossima discesa. Incrociando Jan Frodeno, in testa alla gara, gli urlo: “go go go go!” e vedo che mi fa un cenno di apprezzamento! Non è una macchina e, per fare quel gesto, si è scostato per un attimo e di qualche centimetro dalla posizione aerodinamica perfetta. Questa sì che è una soddisfazione! Grande Jan.

Riesco a finire anche la seconda frazione: 3h05 per gli 85 km di gara sono una prestazione assai mediocre e 20 minuti più dell'anno scorso ma, nonostante tutto, sono vivo e oggi è ciò che conta di più.

Inizio a correre a fatica e mi guardo intorno. Il percorso consiste in 4 giri da 5 km da fare “a bastone”, in cui, a parte Jan che è già arrivato, si incrociano più volte tutti i concorrenti. Ad ogni giro, si conquista un braccialetto elastico di colore diverso e vedo che i miei soliti avversari hanno tutti già completato almeno un giro e Teo e Francesco sono molto avanti, nonostante anche loro abbiano i loro bei “nonostante”. Presto ritrovo un passo efficace e il gusto del gesto e inizio a superare. La sensazione di stanchezza è attenuata dal confronto con chi mi sta vicino. Supero tutti … o quasi; “attenzione” mi dice uno in bici; mi metto dietro la linea gialla e guardo passare il treno in transito: è Sara Dossena e resto a bocca aperta per l'ammirazione.
Eccesso di velocità? Marescià, la prego, non mi faccia la multa!
Fra i tanti, supero una donna, la sesta in classifica. “Complimenti, bel passo”, mi dice. “Grazie, ma sto per morire” rispondo. Mi si accoda e mi segue. Al secondo giro devo abbandonare il bel gesto e arretrare un po' il busto per evitare che mi si blocchino completamente i polpacci. La spinta è comunque efficace, almeno confrontata con quelli che mi circondano. Sto correndo ad un ritmo intorno ai 4'30” al chilometro e tanto basta a farmi sentire forte. Curiosamente, ieri dopo un chilometro e mezzo a questo ritmo mi sentivo a pezzi; oggi il miracolo dell'ultima frazione si sta ripetendo. Giro dopo giro, Teo si avvicina ma troppo lentamente per sperare di raggiungerlo; sono sempre più stanco e, all'ultimo ristoro, indugio qualche secondo. La triatleta che mi segue mi incita a non rallentare “continua così, mi stai facendo da lepre!” Non me lo faccio ripetere, anzi; gli ultimi due chilometri aumento l'andatura e supero diversi concorrenti ma arrivo distrutto al traguardo, in 1h32. Nonostante tutto, sono ancora vivo. Ora però cerco un posto comodo per morire.

La fascia del chip ha lasciato una striscia sanguinolenta intorno alla caviglia ma, come anche la vescica nel piede, è per me un dettaglio di scarso rilievo, un lieve fastidio e nulla più. La frustrazione per non essere riuscito ad andare forte quanto avrei voluto, soprattutto in bici, è compensata dalla soddisfazione di aver portato a termine la gara decentemente nonostante … le sfide in gara sono quasi sempre precedute da sfide a chi ha il “nonostante” più grosso. Questa volta Teo le ha vinte entrambe ma nonostante ciò, sono soddisfatto. Il nonostante c'è sempre ma oggi di più; lo dichiaro sempre ma solo dentro di me posso sapere quanto sia autentico e quindi questa soddisfazione me la tengo per me. Mi offro una birra al bar e me la bevo da solo, con molta calma, seduto al sole sulla terrazza del Chia Laguna. Me la dovevo.

Poi mi alzo e torno a socializzare.

mercoledì 19 aprile 2017

Sano come un verme – Chia triathlon preview

Ho approfittato delle vacanze pasquali per guarire dalla mezza influenza che mi aveva colpito a tradimento, passando le giornate chiuso in casa, in buona parte sdraiato sul letto; per fortuna lo stomaco non ha subito l'attacco dei maledetti microbi e il resto del tempo l'ho passato a tavola. Fino a ieri ero ancora posseduto dal male. Oggi invece mi sento sano come un verme. I sintomi, a parte qualche residuo colpo di tosse fossile e un ripieno di muco, sono spariti ma mi sento molle, come un verme, appunto. Non pedalo seriamente da più di due settimane, non corro da oltre dieci giorni e non tocco il mare da ottobre. Le gambe mi servono per trascinarmi da tavola a letto o, ora che sono rientrato al lavoro, dall'auto alla scrivania ma preferiscono stare ferme allungate sotto un tavolo o dentro ad un letto e forse sono in procinto di staccarsi per completare la metamorfosi a questa mia nuova forma di vita invertebrata. Ma la testa è sempre quella e sta uscendo dalla bambagia da cui era sommersa e, domenica in gara, sarò un verme super combattivo. Striscerò con velleità moderate; sarò un verme della mela che si crede anguilla in prima frazione, poi biscia e perfino vipera 1
Attenti Teo, Francesco e compagnia! Se provate a calpestarmi tirerò fuori veleno da questi dentini da verme. Tu Invece, Jan Frodeno, calpesta pure; la mia faccia sotto i tuoi piedi e puoi muoverti quanto ti pare e piace e io zitto sotto! (cit. Troisi, Benigni) Per noi vermi è un onore essere calpestati da cotanta scarpa.

1 Un verme velleitario, tanto tempo fa si affacciò dal buco di una mela:
“Buongiorno Eva; è buona questa mela, ne vuoi un po?”
“e tu, piccola creatura, chi saresti?”
“Serpente, sono un serpente”.