domenica 25 giugno 2017

La sputacchiera delle sentenze: il caso Fazio

Mi piacerebbe scrivere di politica ma non posso. È troppo complicata, andrebbe seguita e io non ne ho il tempo e quindi non la capisco. Scrivo perciò solo di etica. Ho elaborato due princìpi semplici semplici che mi permettono di ragionare in modo quasi scientifico sulle questioni di attualità. A partire da essi, porto avanti l'analisi fino al punto a cui riesco ad arrivare; a causa della mia ignoranza, non sempre arrivo alla risposta delle questioni; il più delle volte mi devo fermare prima. Quello che mi sorprende però è che questo punto d'arrivo, raggiunto a partire da princìpi semplici e con ragionamenti quasi banali, e che quindi dovrebbe risultare ovvio, spesso invece è controverso e contrario a quello di molti dei chiacchieratori da dibattito televisivo. La ragione? Credo che loro, invece di partire dai princìpi, partano dalle conclusioni che vogliono sostenere per opportunità politica o personale e poi ci appiccichino qualcosa che somiglia ad un ragionamento o forse, più semplicemente, non sanno neanche cosa sia un “principio”.
Tutto qui.
Finché avrò voglia di scrivere, scriverò e se voi avrete voglia di leggere ciò che avrò scritto, mi farà piacere ma non mi chiedete di scrivere di politica, che non ne capisco nulla. Di etica sì. Forse più che come politico, ho un futuro come “papa”.

Lo sputo della settimana è dedicato a Fabio Fazio e al caso del rinnovo del suo contratto con la RAI.
Lui, come i calciatori o i grandi manager, in teoria entra nel gioco della concorrenza: per un'azienda, avere nel libro paga uno di questi personaggi porterebbe (in entrate pubblicitarie, diritti, gestione delle risorse ... ) un vantaggio economico che giustificherebbe la spesa; le aziende rivali potrebbero essere disposte a pagare di più e il protagonista si mette all'asta fino a raggiungere la massima offerta. Nel caso specifico, io non so quanto questo vantaggio sia reale e se la RAI possa entrare legittimamente in un gioco di concorrenza. Sono questioni politiche. Però, dal punto di vista etico, la situazione mi è chiara.
Consideriamo il principio del massimo benessere. “Un'azione è buona se, come conseguenza di essa, il benessere medio aumenta”
Il benessere è indubbiamente legato alle risorse (soldi). Se questo legame fosse lineare, la distribuzione delle risorse non sarebbe un problema, basterebbe massimizzare la ricchezza “nazionale” che in media, aumenterebbe il benessere “nazionale”. In realtà non è così. La relazione che lega il benessere alle risorse non è lineare ma logaritmica. Mi spiego. Con 100 euro al mese un uomo può sopravvivere dormendo per strada e mangiando 3 euro al giorno di pane. Con 200 euro al mese potrebbe pagarsi un letto in un dormitorio e non morire di freddo di notte. Con 400 euro al mese, potrebbe mangiare a sufficienza e non soffrire più la fame. Con 800 euro al mese si potrebbe permettere tutta la privacy e i comfort di un monolocale e pensare ad una famiglia. Con 1600 euro può avere famiglia, auto e qualche svago; con 3200 euro … . In pratica, per raggiungere un livello migliore di vita bisogna, ogni volta, raddoppiare le risorse. I cento euro in più che permetterebbero di passare dal livello 1 al livello 2 e non soffrire il freddo, non porterebbero nessun vantaggio sostanziale a chi ne avesse già, per esempio, 1600. Per non parlare di chi già guadagnasse i milioni di Fazio. Quindi, non basta che una nazione sia ricca perché il suo benessere sia elevato in quanto è altrettanto importante sapere come tali risorse siano distribuite.
Quindi:
1. La libera concorrenza del mercato è felicità per i soldi ma non necessariamente per gli uomini (e quindi, come principio, fa schifo).
2. Tutte le persone che perseguono accumuli di denaro perdono la mia simpatia, anche se hanno un larghissimo sorriso.

Ecco, questo era il mio sputo benedetto; andate in pace.

mercoledì 21 giugno 2017

Paziente

Introspezione; per l'analisi della mia interiorità, servono tecniche di visualizzazione molto avanzate. Dopo le onde acustiche dell'ecodoppler, per vedere ulteriori dettagli del cuore, mi hanno prescritto una NMR. In pratica, si viene immersi in un fortissimo campo magnetico rotante che induce la rotazione dello spin dei protoni all'interno dei tessuti sotto osservazione. Si tratta dello stesso principio per cui, quando lo stimolo irritante si ripete in risonanza con il giramento delle palle, i genitali cominciano a ruotare vorticosamente (su wikipedia fanno l'esempio dell'altalena ma è meno appropriato, in quanto trattasi di movimento rotatorio). Per accedere a questa tecnologia avanzatissima, bisogna passare dal sistema sanitario ed è qui che l'esempio riportato sopra appare ancor più calzante.
Per prenotare la visita, telefono al centro unico prenotazioni (CUP) dove, dopo 5 chiamate, riesco a parlare con una gentile signora, la quale mi informa che quell'esame specifico si prenota chiamando direttamente l'ospedale. Mi dà due numeri di telefono. Al primo, risponde la voce stridula di un FAX con cui non mi trattengo molto a lungo in conversazione. Al secondo, dopo una lunga attesa, risponde una persona umana che mi dà un terzo numero. Dopo alcune chiamate, finalmente mi rispondono. “No guardi, dovrebbe chiamare direttamente in reparto. Le do il numero”. Chiamo il reparto. “No, deve chiamare lo 070 …., è l'ufficio che gestisce le prenotazioni” “è il numero che ho appena chiamato e da cui mi hanno dato il suo numero” “riprovi”. Richiamo il numero precedente. “Sono ancora io. Dal reparto mi hanno detto che il numero per le prenotazioni è questo” “No guardi, questo è il centralino a cui la chiamata è stata ridiretta perché il numero del servizio prenotazioni non è più attivo” “ah” “eh, sa, la sanità è allo sbando” “... questo dovevo dirlo io! … mi ruba le battute?” “Provi a richiamare in reparto e gli spieghi quello che le ho detto”. Richiamo il reparto. “No, guardi, le prenotazioni si fanno al numero che le ho dato” “ne è sicura?” “Sicurissima. Forse stasera l'ufficio è chiuso, riprovi domani”. Proverò a richiamarli domattina.
La mattina dopo provo a richiamare ma non risponde nessuno.
E la mattina dopo.
E la settimana dopo.

Sono un paziente del resto e aspetto. Mi viene da cantare la bellissima “waiting room” dei Fugazi. “totatatan tatatita tum” il giro di basso entra in perfetta risonanza magnetica col giramento di coglioni. Poi parte la voce: “I'm a patient boy, I wait, I wait, I wait, I wait”

E la settimana dopo.

Dopo oltre un mese, capisco che qualcosa non va e decido di andarci di persona. Magari sono morti tutti e nessuno se ne è accorto.
Prendo un caffè e un cannolo al bar e seguendo le frecce gialle che mi guidano lungo un divertente labirinto, raggiungo il mitico ufficio CUP dell'ospedale Brotzu. Allora esiste! E non c'è puzza di cadavere; sono tutti vivi! Perché, allora, non rispondono mai al telefono? Dopo una ventina di minuti di fila, gestita alla grande da un modernissimo sistema “elimina code” arriva il mio turno, allo sportello 1.
“Mi tolga una curiosità. Se vi dovessi contattare telefonicamente, che numero dovrei fare?”
“Guardi …” Si gira con le braccia allargate come a spaziare tutto l'ampio ufficio “vede telefoni?”
Seguo con gli occhi spalancati dallo stupore il movimento delle sue braccia. Ecco perché non rispondeva nessuno! Chiarito il mistero: sulle 10 scrivanie dei 6 sportelli dell'ufficio CUP del Brotzu non c'è neanche un telefono. Siamo alla modernità 2.0. Pare che il buon vecchio Meucci abbia inventato un apparecchio che permetterebbe alle persone di non fare 30 km in auto solo per parlare con qualcuno … sono passati solo 150 anni: ci arriveremo. Certo che ci arriveremo. Basta essere pazienti.
“totatatan tatatita tum tum tum”
A proposito: l'esame è fissato per il 17 maggio 2018.
“I wait, I wait, I wait, I wait”.

lunedì 19 giugno 2017

La sputacchiera delle sentenze – immigrazione e ius soli

Petto villoso e q.i. sono molto fuori moda. Pensavo di depilarmi il q.i. ma poi ho deciso di lasciar perdere e depilarmi dentro, radendo i villi intestinali e i peli dello stomaco. Col q.i. peloso ma senza peli sullo stomaco sono pronto a sputare benzina su un tema caldo.
Gli aspetti interessanti sul tema dell'immigrazione sono davvero tanti. Oggi mi limito ad esaminarne uno, quello culturale.
Il principio di conservazione vale a molti livelli diversi: da quello individuale (morire il meno possibile) a quello della specie (vietato estinguersi). Fra i livelli intermedi, il più importante è sicuramente quello della conservazione della cultura. Per intenderci, una cultura che porti i valori del benessere senza quelli della conservazione è quasi sicuramente destinata ad essere sopraffatta da culture più “barbare”. Per fare un esempio attuale, potrebbe essere pericoloso accogliere tutti se poi non si è in grado di insegnare la cultura dell'accoglienza e della tolleranza a coloro che vengono accolti. Però, rinunciare alla civiltà diventando barbari (razzisti-xenofobi-cattivi come bestie che fiutano il pericolo) per difendere la civiltà dai barbari sarebbe idiota come suicidarsi per non morire. Si deve allora proprio scegliere se diventare peggio degli estremisti islamici o lasciarsi estinguere con dignità? Secondo me, no.
Ricordiamo il principio di conservazione: “dato un insieme A, un'azione è buona quando, come conseguenza di questa azione, il numero di elementi di A aumenta”. Quando A è una cultura, per aumentarne gli elementi e conservarla ci sono due vie: la via demografica e quella dell'integrazione. In particolare, se A è la “cultura umanista occidentale”, la via demografica è intransitabile già da qualche decennio. L'unica strada rimasta è quindi quella dell'integrazione culturale, in cui si recepiscono le parti positive della cultura di chi arriva, arricchendo così quella di chi ospita (penso, per esempio, a cucina, arte, … ) restando fermi sui princìpi fondamentali dell'etica umanista velleitaria ovvero sulla cultura del “vivere bene”.
Come questo possa essere realizzato in pratica, non lo so bene. Integrare i bambini con l'istruzione scolastica e il senso di appartenenza sociale – anche attraverso la cittadinanza dello ius soli – è così ovvio che non vedo chi possa sostenere il contrario. Il problema potrebbero essere gli adulti, soprattutto quando i flussi migratori sono così importanti. Dare esempio di civiltà è sicuramente più efficace che dare esempio di inciviltà, come fanno molti buzzurri, e potrebbe servire ad isolare gli estremisti ma potrebbe non bastare quando si hanno di fronte culture aggressive e con alta capacità di penetrazione. È un tema difficile ma è su questo che dovrebbe concentrarsi l'attenzione e il dibattito. Il resto è ciancia.
Ecco. Ho sputato. A proposito, qualcuno si lamenta che gli immigrati sputano troppo … beh non più di me!

venerdì 16 giugno 2017

Ariani

Dopo i vegetariani, i vegani; dopo i vegani, gli ariani … ecco l'ultima evoluzione del pensiero vitalista: gli ariani, ovvero coloro che sostengono che ci si debba nutrire di pura aria. Per saperne di più, intervisto per voi Libero Pisello, ariano praticante. “Non pensiamo solo alle mucche e ai polli. Voi non immaginate neanche la sofferenza di un fagiolo quando viene schiacciato fra le mandibole di un vegano. Noi riusciamo a percepirla e diciamo no a tutta questa crudeltà”. Il dr. Mengele, teorico dell'arianesimo, sostiene che l'aria, oltre ad essere fonte inesauribile di ossigeno, può anche contenere componenti organiche sufficienti a sostenere il metabolismo di un uomo adulto. L'aria di una stalla, per esempio, sarebbe così ricca di metano e altri micronutrienti da sostenere tutto il gruppo del tour de France sulla salita dell'Alpe d'Huez. Anche certe ascelle sarebbero fonte di nutrimento, tanto che il nostro intervistato afferma che da più di un mese ormai, si nutre solamente della fragranza delle sue proprie ascelle. “Certo mi mancano un po' le lasagne e le fragole con la panna, ma penso al sorriso dei piccoli piselli e sono sicuro di aver imboccato la strada giusta”. Accanto alla frangia moderata dell'arianesimo, sta crescendo una fazione assolutista e intollerante che sostiene la superiorità degli ariani. Se ne vanno in giro e urlando un buffo slogan: “sieg heil, pisello libero”, rovesciano cassette di legumi ai mercati rionali. A qualcuno fanno ridere, ad altri fanno perfino paura; intanto i piselli ci guardano con un sorriso beffardo.

lunedì 12 giugno 2017

La sputacchiera delle sentenze – Eutanasia

Sarebbe meglio tenersi il Q.I. ben nascosto nelle mutande, che ostentarlo è scandaloso. Sarebbe meglio tenersi l'intestino ben nascosto nel diametro definito dalla larghezza del bacino anche se le sporgenze intestinali sono considerate socialmente più accettabili di quelle del Q.I. (solo in spiaggia sono severamente vietate entrambe, insieme al gioco della palla). Io, però, non mi vergogno delle mie sporgenze, non ho paura dello scandalo.
In tram, in filobus e in littorina, è anche vietato sputare sentenze sul pavimento e si ricorda che la bestemmia è reato. Qui, invece, lo sputo è libero, tanto, prima o poi, si secca. E allora, con il ventre ben in evidenza e il Q.I. di fuori, continuo a sputare sentenze sul pavimento di questa sputacchiera.

Sono velleitariamente convinto di possedere la “verità” ovvero i princìpi universali che permettono di distinguere il giusto dallo sbagliato, il bene dal male, il bianco dal nero, il dritto dal rovescio. In sostanza i princìpi sono due: il principio di conservazione e il principio del massimo benessere: sopravvivere e vivere bene, conservazione e progresso … . Due princìpi possono essere troppi e occorre trovare il giusto equilibrio che, in estrema sintesi, si può enunciare così: “vivere il meglio possibile senza scordarsi di sopravvivere” oppure “sopravvivere è una condizione necessaria (ma non sufficiente) per vivere bene”.
Per convincere il mondo, a partire da me stesso, della validità e utilità di questo approccio teorico, sto provando ad applicare questi princìpi, nel modo più rigoroso possibile, agli eventi di attualità. Questa settimana il mio sputo si indirizzerà sul dilemma dell'eutanasia. La morte dolce deve restare una specialità svizzera come il cioccolato fondente o può essere esportata? Olio di palma o burro di cacao? Sarebbe un bene o un male? Scopritelo con me.
La conservazione della specie si affida a due concetti fondamentali: riprodursi come conigli e non morire. L'aspetto riproduttivo lo esamineremo in tutti i suoi dettagli, anche i più scabrosi, in altre puntate. È una promessa. Qui, invece, ci concentreremo sul “non morire”.
Le tradizioni portano chiari i valori della conservazione; è inevitabile, altrimenti non si sarebbero conservate fino a noi – la religione che invitava al suicidio collettivo è sparita il giorno stesso in cui il loro Dio si è manifestato esaudendo il desiderio degli adepti.
Per esempio la religione cattolica su questo è chiarissima: il suicidio è peccato mortale. Seguendo questa linea di pensiero, i conservatori britannici stanno considerando di proporre la pena di morte per i suicidi. Il fatto che la morte sia un tabù, qualcosa da temere come la morte, fa sì che si cerchi di starle lontana e che ci si conservi il più a lungo possibile. Se invece la morte fosse considerata come un'opzione, una scelta certamente definitiva ma non necessariamente brutta o dolorosa, anche dolce, magari più dolce della vita che si prospetta, potrebbe avere delle conseguenze anche importanti sul futuro dell' “homo sapiens” o anche solo della cultura che trasmetta questi valori.
Allora? Bisogna tenere conto di questi aspetti per evitare il pericolo dell'estinzione ma sicuramente, entro questi limiti, evitare sofferenze croniche e ridurre la paura della morte, significherebbe migliorare in modo sostanziale la qualità media della vita. Un controllo su base statistica potrebbe essere sufficiente a controllare pericolosi abusi e “vivere il meglio possibile senza scordarsi di sopravvivere”.
Vivere senza paura della morte, morire senza soffrire, vorrebbe dire vivere meglio. La morte, forse, diventerebbe un'opzione ma non la sceglierebbe quasi nessuno.
Ecco, ho sputato.

venerdì 9 giugno 2017

Questioni di cuore

Lei abbassa la serranda e mi si appoggia addosso con delicatezza. Io resto immobile, come paralizzato, per paura di disturbarla e rompere quel dolcissimo incantesimo; faccio finta di dormire e restiamo così, io sdraiato sul fianco e lei sopra di me per un tempo che sembra non finire mai. Non ci sono parole, non servono. Il silenzio è rotto solo ogni tanto dal suono del mio cuore che palpita ad alta voce. Dopo quasi 20 minuti di incanto, giro la testa a guardarla. I suoi begli occhi neri sono ben aperti e rivolti altrove, verso il mio cuore o meglio verso l'immagine di esso che lei si è fatta.
Finalmente mi parla. La sua giovane voce mi risveglia dal sogno in cui mi ero rifugiato.
“Le confermo la diagnosi del dr. Pisano, l'insufficienza è moderata.”
Alza la serranda e, dalla finestra del quarto piano dell'ospedale Marino, penetra la vista delle saline. Parliamo. Le mie questioni di cuore le sembrano un po' caotiche, non ne capisce il nesso. “Perché ha rifatto l'ecocardio invece di …” Le spiego il cammino intricato, l'ultratrail del destino, che mi ha portato da lei. Parliamo e parliamo.
“C'è chi, nella sua situazione, vive tranquillamente e chi invece prova affanno a fare le scale …” mi scappa un sorriso. Penso a quando, alla BVG, dopo l'equivalente di 20000 scalini mi sentivo effettivamente un po' stanco, ma erano in 200 più stanchi di me e solo 28 davanti. No, non provo affanno, non almeno quello che obbliga a fermarsi e che le scale non siano quelle di un grattacielo di mille piani. Penso questo, ma non dico niente. Resto lì col mio sorriso silenzioso.
Mi consiglia di trovare un cardiologo a cui affidarmi … o, perché no, una cardiologa. Non c'è niente di meglio per le questioni di cuore.

martedì 6 giugno 2017

La sputacchiera delle sentenze – La possibile scarcerazione di Riina.

La pancia cresce e, con essa, cresce il peso della mia autorevolezza. Dall'alto dei miei 67kg non somiglio ancora ad un Buddha ma posso cominciare a sputare sentenze dalla poltrona, raccoglierle in questa sputacchiera e provare a vedere se qualcuno mi ascolta.
Sono velleitariamente convinto di possedere la “verità” ovvero i princìpi universali che permettono di distinguere il giusto dallo sbagliato, il bene dal male, il bianco dal nero, il dritto dal rovescio. Ne ho scritto su questo blog nei post con il tag “rivelazioni”. In sostanza i princìpi sono due: il principio di conservazione e il principio del massimo benessere: sopravvivere e vivere bene, conservazione e progresso … . Due princìpi possono essere troppi e occorre trovare il giusto equilibrio che, in estrema sintesi, si può enunciare così: “vivere il meglio possibile senza scordarsi di sopravvivere” oppure “sopravvivere è una condizione necessaria per vivere bene”.
Per convincere il mondo, a partire da me stesso, della validità e utilità di questo approccio teorico, voglio provare ad applicare questi princìpi, nel modo più rigoroso possibile, agli eventi di attualità. Questa settimana il mio sputo si indirizzerà sull'ipotesi di scarcerazione di Totò Riina. Sarebbe un bene o un male? Scopritelo con me.


Il principio del benessere dice che “un'azione è buona quando, come conseguenza di essa, il benessere medio aumenta”. Rilasciare Riina, assicurandogli “il diritto a morire dignitosamente”, sicuramente aumenta il benessere del mafioso e questo è positivo. Molti si oppongono alla liberazione con la motivazione che “le persone che ha ucciso non hanno avuto una morte dignitosa”; li posso capire, soprattutto se sono parenti delle vittime ma, razionalmente, è una motivazione che non approvo. La vendetta, col fine unico di fare soffrire, non è buona perché non fa altro che peggiorare il benessere medio e va quindi chiaramente contro il principio. Le funzioni della pena detentiva sono però altre:
1) proteggere la società, impedendo all'individuo di commettere altri reati;
2) disincentivare il compimento del reato con la prospettiva della pena.
Insieme al benessere del povero vecchietto, bisogna considerare anche queste funzioni e le conseguenze che la sua liberazione avrebbe sul benessere del resto della società.
1) Siamo sicuri che il vecchietto, dal letto di morte, non dia, con un gesto della dentiera, l'ordine di commettere qualche altro crimine?
2) Siamo sicuri che, mostrando un gesto umanitario nei confronti del peggior criminale, non si contribuisca ad incentivare il crimine?
Su un piatto della bilancia abbiamo il benessere del vecchietto; sull'altro piatto abbiamo queste questioni piuttosto pesanti. Io, in mancanza di risposte precise in merito, non correrei il rischio. E voi? Ecco, ho sputato.